Nei giorni 6 e 7 giugno scorsi, una ventina di membri del Consiglio delle Chiese Cristiane di Milano hanno fatto visita al Consiglio delle Chiese Cristiane di Ginevra e all’Istituto Ecumenico di Bossey. Lo scopo era di compiere un giro d’orizzonte sullo stato di salute dell’ecumenismo oggi, in uno degli osservatorii più sensibili. Erano rappresentate le chiese cattolica, anglicana, valdese, metodista, battista, e le ortodosse greca, rumena, russa.

Nei giorni 6 e 7 giugno scorsi, una ventina di membri del Consiglio delle Chiese Cristiane di Milano hanno fatto visita al Consiglio delle Chiese Cristiane di Ginevra e all’Istituto Ecumenico di Bossey. Lo scopo era di compiere un giro d’orizzonte sullo stato di salute dell’ecumenismo oggi, in uno degli osservatori più sensibili, e anche coinvolto nel cammino che le Chiese compiono verso una più cosciente e piena unità nella diversità. Ma naturalmente il viaggio è stato anche occasione per tutti i partecipanti (diversi gli accompagnatori dei delegati presenti) per fraternizzare e sviluppare rapporti più stretti e amicali fra membri di Chiese rappresentate (cattolica, anglicana, valdese, metodista, battista, ortodosse greca, rumena, russa).

 

L’avvio del soggiorno prevedeva una visita guidata alla sede del Consiglio e un incontro introduttivo sui lavori in corso nelle diverse aree (relazioni ecumeniche, diaconia, formazione).

Del WCC attualmente fanno parte 345 Chiese. La Chiesa Cattolica, pur non essendo membro effettivo, partecipa stabilmente alla Commissione Fede e Costituzione (Faith and Order) ed è presente negli organismi che toccano temi come la missione e la dottrina.

 

Il secondo incontro ha permesso di toccare il tema delicato dei rapporti fra Consiglio e Chiese ortodosse. Le difficoltà iniziali – dovuti a diffidenza e disaffezione – sono state superate attraverso il lavoro di una commissione che ha permesso di esaminare e appianare i problemi, spesso anche linguistici (preghiera comune o culto comune?). Oggi si segue il metodo cosiddetto del “consensus process”, che permette di proseguire nel dialogo attraverso la paziente ricerca di un consenso ampio e sostanziale, mettendo però a verbale e non ignorando le posizioni dissenzienti.

 

Se la visita della sede ginevrina ci aveva portato nel “cuore” del lavoro ecumenico del WCC , l’arrivo a Bossey ci ha fornito la sorpresa di trovare un luogo delizioso, dedicato allo studio, in questo favorito dall’ambiente agreste e dal silenzio. La Rev. Dragmar Heller, tedesca, è stata la nostra prima guida, nei locali dedicati alle riunioni e nella bella e specialistica biblioteca. Ci ha anche parlato delle origini del fabbricato (XII secolo) e del castello (XVIII), dei programmi che prevedono corsi di un semestre invernale con 40 alunni, e la recente istituzione di un master di due semestri. Entrambe le attività di studio sono svolte in collaborazione con la Facoltà Teologica dell’Università di Ginevra. Ha sottolineato la continua scoperta delle differenze, che è una delle ricchezze di Bossey: differenze non solo confessionali, ma anche culturali. E uno degli impegni più interessanti è proprio la “gestione” di queste differenze, attraverso il metodo del rispetto reciproco anche quando ciò comporti fatica e stupore.

 

La seconda mattinata ci ha visti impegnati in due incontri. Il primo – guidato dal Rev. Odair Mateus Pedroso, di origine portoghese, sui rapporti fra WCC e Chiesa Cattolica Romana.

Il discorso è partito da lontano, dal 1948, quando nasce il Consiglio delle Chiese ed è qualcosa di nuovo, di inaudito prima nella storia bimillenaria del Cristianesimo. Che autorità avrebbe avuto un Consiglio nei confronti delle singole Chiese, ciascuna con la propria storia? E poi: di cosa si trattava? Di una super-Chiesa? Il nodo quindi fu subito quello di mettere a fuoco il tema di una corretta “ecclesiologia”.

Già nel 1949 ci fu un primo incontro non-ufficiale, “confidenziale” del primo segretario del WCC con il cattolico padre Yves Congar e si avviarono buoni rapporti personali, mentre rimanevano difficoltà istituzionali. Una prima risposta a domande e preoccupazioni fu il Toronto Statement.

Oggi esiste un “Joint Working Group” (un gruppo di lavoro – o commissione – congiunto/a), che mette a fuoco ogni anno il tema che sarà al centro della SPUC di due anni dopo. L’anno scorso a Wittenberg fu prodotto il documento che verrà usato nel 2017 (quando ricorrerà il 500° della Roforma di Lutero), mentre quest’anno a Nassau (Bahamas) sarà predisposto il tema per il 2018.

Nel frattempo la collaborazione fra Chiesa Cattolica e WCC si allarga ad altri temi, come l’ambiente e le migrazioni, sfide di per sé non confessionali, ma che toccano la vita delle Chiese. Si parte sempre da una riflessione comune, fondate sulle Scritture e con riferimento alla tradizione comune.

Naturalmente al WCC si sentono le differenze che persistono nelle diverse aree del mondo: in Europa si discute molto ma la collaborazione è ormai una prassi consolidata, mentre in America Latina si assiste a una maggiore polarizzazione di posizioni, anche per la crescita delle nuove Chiese pentecostali e carismatiche.

Una agenda comune permette di crescere insieme. Dovremmo ricordare che la Chiesa è il corpo di Cristo, che ne è il capo, ed è il primogenito della nuova creazione. Allora l’unità della Chiesa non è altra cosa da questo, dalla salvezza del mondo e dall’impegno per la sua sopravvivenza, attraverso una riconciliazione che investe l’intera umanità.

Il nostro interlocutore ha poi ricordato le aree in cui si lavora oggi:

  1. Un pellegrinaggio di Pace e Giustizia, un viaggio, un cammino insieme, una crescita nell’unità ancora imperfetta;
  2. La questione della Chiesa, su cui si confrontano idee diverse dell’essere una Chiesa;
  3. La sessualità umana: area divisiva, fra le Chiese e anche all’interno delle Chiese; e ci si chiede come mai pur partendo dallo stesso Credo, dagli stessi Vangeli, si arrivi poi a posizioni così diverse.

Il metodo proposto è di partire dalla considerazione che si può essere d’accordo nell’essere in disaccordo, mettendo in moto un “discernimento morale”, che porti le Chiese a essere più generose nel considerare le differenze.  “Prevenire il fuoco piuttosto che accorrere dopo a spegnere gli incendi”.

 

L’ultimo incontro lo abbiamo avuto nuovamente con la Rev. Heller, focalizzato sulle prospettive del movimento ecumenico.

Anche in questo caso si è partiti da un po’ di storia del Consiglio Ecumenico delle Chiese, che dall’inizio cerca di rispondere, fra le altre, a due domande: cosa vuol dire essere un ente ecumenico se manda un soggetto come la Chiesa Cattolica? La forma attuale, p quella giusta per perseguire obiettivi ecumenici?

Il movimento ecumenico è nato già multiforme. Lo stesso WCC (con i suoi dipartimenti “Fede e Costituzione”, “Vita e lavoro” –  che tocca temi pratici come la pace, la giustizia, il creato; “Missione”) è parte di un più vasto movimento.

[Esiste per esempio il “Global Christian Forum”, una piattaforma piuttosto che una istituzione, con una sola persona che ci lavora in qualità di segretario, e che ha invitato tutte le Chiese attorno a un tavolo, spesso in riunioni regionali. Non si sa ancora se e quali sviluppi avrà.]

 Mentre il lavoro sul piano teologico procedeva, si sono evidenziate nuove fratture sui temi morali.

Si è allora sviluppato il filone della educazione ecumenica, attraverso un network teologico che permetta un confronto più ampio e proficuo.

Rimangono chiari comunque alcuni punti:

  • l’ecumenismo funziona se ogni parte vuole parlare con le altre;
  • non ha senso usare le parole progressista/conservatore, che contengono già un giudizio e dipendono dal contesto;
  • nella storia del WCC a nessuna Chiesa viene chiesto di “fondersi” in un’altra senza definire prima cosa si intende per “unità”.
  • E anche Heller ha ripetuto l’importanza del metodo del “discernimento morale”, chiedendosi anche lei: come mai le singole Chiese arrivano a conclusioni diverse pur partendo più o meno dalle stesse fonti?

Le vere difficoltà, insomma – pare di capire – sarebbero più a livello antropologico che teologico.

Rimane il punto fermo che oggi ci si capisce meglio e si riconosce l’esistenza e la dignità dell’altro e che se l’altro ha idee diverse nondimeno fa la volontà di Dio.

Non c’è un “modello” per l’unità. A volte si parla di ritorno al primo millennio (ma senza mitizzazioni: i dissensi c’erano anche allora), altre volte di parla di unità nella diversità.

Ci sono idee diverse di Chiesa nelle singole Chiese. Per il momento è importante l’esistenza di un movimento nel quale l’unità sia in qualche modo visibile.